Le autorità e le chiese sono coinvolte in un crimine contro l’umanità
Testo: Isabella Huser e Sara Galle
Le famiglie jenisch in Svizzera sono state oggetto di una persecuzione sistematica fino agli anni ’70. Gli Jenisch venivano diffamati, le bambine e i bambini jenisch venivano costretti a vivere in istituti, strutture assistenziali o famiglie estranee e tenuti separati in modo permanente dai genitori e dai parenti. Adolescenti, giovani adulte e adulti venivano ricoverati in cliniche psichiatriche o incarcerati senza processo, semplicemente perché erano Jenisch. Donne e uomini jenisch venivano internati e sottoposti a sterilizzazione forzata.
La persecuzione e le misure coercitive furono avviate e portate avanti dalla Fondazione Pro Juventute e dalla sua opera assistenziale «Bambini della strada». Le autorità e le organizzazioni ecclesiastiche, come l'«Opera serafica di carità», un’opera cattolica di assistenza all’infanzia, ebbero un ruolo determinante. Anche il mondo scientifico, esperte ed esperti sostennero Pro Juventute. Le conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Un parere di diritto internazionale, riconosciuto dal Consiglio federale nel febbraio 2025, qualifica questi atti come «crimini contro l’umanità».
Pro Juventute adottò nel 1926 il programma «Bambini della strada», sviluppato dalla sezione dedicata alle ragazze e ai ragazzi in età scolastica. Lanciò una campagna propagandistica con cui promosse una deliberata svalutazione e stigmatizzazione del gruppo etnico degli Jenisch. Fondata nel 1912 dalla stimata Società svizzera di utilità pubblica, Pro Juventute godeva di un ampio sostegno; personalità di spicco della politica, dell’economia e della società facevano parte del Consiglio di fondazione, presieduto da un consigliere federale.
La prestigiosa fondazione diffuse immagini umilianti e razziste. Già il nome dell'opera assistenziale «Bambini della strada» veicolava un giudizio forte: nella narrazione della fondazione, si trattava di sostenere bambine e bambini poveri, trascurati e sporchi, figli di genitori vagabondi e dissoluti.
Pro Juventute operava una classificazione razziale delle persone e delle famiglie perseguitate, negando al contempo la loro identità jenisch. Negli opuscoli promozionali, nelle comunicazioni delle autorità e nelle pubblicazioni scientifiche venivano prevalentemente stigmatizzati come «vagabondi».
Furono coinvolti anche i Sinti/Manouches legati agli Jenisch da relazioni familiari o affettive.
Rappresentazione e realtà
Nella sua propaganda Pro Juventute affermava che le bambine e i bambini sarebbero stati salvati da una vita «da vagabondi» per crescere in famiglie «rispettabili».
In realtà le famiglie venivano perseguitate in quanto jenisch. Contrariamente a quanto affermato, gran parte delle bambine e dei bambini sottoposti a collocamento coatto proveniva da famiglie jenisch sedentarie.
La maggior parte delle bambine e dei bambini strappati alle famiglie jenisch non finiva in famiglie affidatarie, bensì in diversi istituti o strutture di accoglienza gestiti da ordini religiosi cattolici.
Molte bambine e molti bambini costantemente sottoposti a tutela furono sfruttati come manodopera nell’agricoltura, e spesso subirono anche maltrattamenti e abusi sessuali.
Solo una minoranza ebbe accesso a un’istruzione scolastica regolare; pochissimi completarono una formazione professionale.
Molti non rividero mai i propri genitori o, in seguito, si trovarono di fronte a loro come a degli estranei.
La stigmatizzazione, la persecuzione sistematica e le misure lesive della dignità umana ebbero effetti traumatici, con conseguenze devastanti: da un lato sulle persone e sulle comunità jenisch, dall’altro sull’accettazione degli Jenisch nella società.
Lo stile di vita nomade e le professioni itineranti, che presuppongono un rapporto di fiducia con la clientela, furono resi impossibili e criminalizzati, e anche in questo caso le conseguenze si fanno sentire ancora oggi.
Si stima che fino agli anni '70 in Svizzera furono collocati in modo coatto circa 2000 bambine e bambini jenisch; per 586 casi è accertato che ciò avvenne su iniziativa di Pro Juventute.
Il ricorso a teorie eugenetiche e di igiene razziale, gli internamenti amministrativi di Jenisch, i ricoveri coatti in cliniche psichiatriche e le sterilizzazioni forzate di persone jenisch sono documentati, ma non sono ancora stati studiati in modo approfondito.
Ciò vale anche per ulteriori aspetti di questo «crimine contro l’umanità». Sono necessarie ulteriori ricerche, che richiedono l’accesso agli archivi dei Cantoni, dei Comuni, delle organizzazioni sociali, delle cliniche specialistiche e delle scuole universitarie di lavoro sociale. Occorre analizzare i fascicoli giudiziari e quelli ecclesiastici e studiare gli atti dei cosiddetti «senza patria» con particolare attenzione alle famiglie jenisch e agli stili di vita nomadi.
Il comportamento dei responsabili: la persecuzione
La sezione dedicata alle ragazze e ai ragazzi in età scolastica di Pro Juventute, con sede a Zurigo, a partire dal 1926 compilò elenchi, alberi genealogici e schede relative alle famiglie jenisch. Il direttore della sezione, Alfred Siegfried, si avvaleva, oltre alla sua collaboratrice fissa, anche di tirocinanti – spesso diplomate di una scuola di lavoro sociale. Grazie alla struttura organizzativa decentralizzata di Pro Juventute, Siegfried e le sue collaboratrici potevano inoltre fare affidamento su aiutanti locali. Le segretarie comunali e distrettuali distribuite sul territorio venivano incaricate di effettuare accertamenti sulle famiglie jenisch. Una rete di parroci, assistenti sociali e agenti di polizia raccoglieva informazioni. Erano coinvolti anche funzionari amministrativi e politici a livello comunale e cantonale, soprattutto nei Grigioni e nei Cantoni San Gallo, Ticino e Svitto, A Zurigo Pro Juventute poteva inoltre contare sul servizio di indagine municipale.
Il punto di partenza per la raccolta del materiale fu un’indagine presso alcuni comuni selezionati sulle famiglie ivi attinenti «che devono essere annoverate tra i nomadi», secondo la formulazione contenuta nella prima richiesta di sovvenzioni di Pro Juventute per il programma «Bambini della strada» indirizzata al Consiglio federale nel 1929. La Confederazione sostenne la cosiddetta opera assistenziale fino al 1967 con contributi annuali.
Per finire nel mirino di Pro Juventute era sufficiente un cognome jenisch o l’origine jenisch di un genitore, il modo di vita della famiglia non aveva alcuna importanza. Chi figurava in un elenco come persona jenisch era in pericolo. In molti casi né i responsabili di Pro Juventute né gli attori locali conoscevano personalmente le famiglie perseguitate.
L'operato dei responsabili: intervento e controllo
Per sottrarre le bambine e i bambini e revocarne l'affidamento, sia Pro Juventute sia l'«Opera serafica di carità» dipendevano dalla decisione di un’autorità tutoria. Tale decisione veniva ottenuta laddove un comune di attinenza o di residenza collaborava con la fondazione nazionale.
Pro Juventute non esitava a omettere informazioni positive, a formulare accuse basate su stereotipi o a presentare affermazioni inventate. Le autorità non verificavano quasi per nulla le informazioni.
Talvolta lo stesso Siegfried redigeva per le autorità la decisione di revocare l'affidamento ai genitori. Spesso si sosteneva che le bambine e i bambini fossero «trascurati» e «costantemente in pericolo» presso le loro famiglie, così da giustificare formalmente la sottrazione secondo la legge.
Il maggior numero di sottrazioni di minori fu disposto nel Cantone dei Grigioni, che già nel 1924 aveva istituito una cosiddetta «assistenza ai vagabondi» per l'assimilazione forzata degli Jenisch e che servì da modello a Pro Juventute. Ma anche nei già citati Cantoni San Gallo, Ticino e Svitto il numero di bambine e bambini collocati al di fuori della famiglia fu particolarmente elevato.
Una volta revocato l'affidamento, Siegfried o, in seguito, la sua successora Clara Reust agivano in qualità di tutori: di norma separavano fratelli e sorelle, allontanavano bambine e bambini e cancellavano le tracce. Pro Juventute, le autorità coinvolte, gli istituti e le strutture di accoglienza negavano ai padri e alle madri qualsiasi informazione su dove si trovassero le loro figlie e i loro figli, impedendo ogni contatto. Il loro obiettivo era disgregare le famiglie jenisch e interromperne la continuità – di fatto distruggere gli Jenisch come gruppo etnico.
Molte bambine e molti bambini allontanati dai genitori furono sottoposti a interdizione al raggiungimento della maggiore età; alcuni furono internati in istituti di lavoro già da adolescenti, ad esempio quando cercavano contatti con la famiglia o quando in seguito volevano creare una propria famiglia. Una parte di loro fu internata in cliniche psichiatriche e sottoposta a sterilizzazione forzata.
Gli Jenisch dovettero rendersi invisibili per 50 anni
Le famiglie jenisch erano consapevoli del pericolo incombente. Chi voleva salvarsi doveva nascondere la propria appartenenza alla comunità e alla cultura jenisch.
La persecuzione razzista durò quasi 50 anni, periodo in cui per migliaia di persone divenne troppo pericoloso vivere apertamente la propria cultura.
Molte, se non la maggior parte delle famiglie jenisch in Svizzera persero così le basi della propria esistenza e cultura. Solo rinunciandovi poterono salvarsi insieme alle giovani generazioni, preservando la propria dignità da ulteriori danni.
La stigmatizzazione ebbe conseguenze pesanti per lo stile di vita nomade. La propaganda razzista alimentò la diffidenza nella società. Le soste spontanee e i nuovi contatti con la clientela divennero troppo rischiosi per gli Jenisch, poiché le conseguenze dei rapporti con persone sconosciute non erano più prevedibili. Lo spazio in cui gli Jenisch nomadi potevano esercitare i propri mestieri si ridusse progressivamente.
Persino la lingua jenisch divenne un rischio: chi la parlava poteva essere identificato come jenisch. Vari aspetti di questo «crimine contro l’umanità» non sono stati studiati, ad esempio quante famiglie abbiano così perso, nel lungo periodo, la lingua del proprio gruppo.
Le conseguenze della persecuzione sono pesanti e si fanno sentire ancora oggi.
Nelle scuole pubbliche del Paese questo capitolo della storia svizzera è poco presente.
Persecuzione fino agli anni Settanta
La fine della persecuzione delle famiglie jenisch fu segnata da una serie di articoli pubblicati sul mensile «Schweizerischer Beobachter». Il primo articolo di Hans Caprez apparve il 15 aprile 1972; il giovane giornalista aveva raccolto la testimonianza della madre jenisch Therese Wyss-Häfeli. Le sue ricerche portarono alla luce una storia di vita che, come sarebbe emerso in seguito, era la storia di molte persone jenisch.
In seguito alla pressione dell’opinione pubblica, Pro Juventute sospese il programma nel 1973.
Nessuno fu chiamato a rispondere.
I dossier rimasero sotto chiave.
Agli Jenisch che si rivolgevano Pro Juventute per ottenere chiarimenti sulla sorte di sorelle, fratelli, genitori, figlie e figli o altri parenti, venivano negate le informazioni.
Le tutele di bambine, bambini e adolescenti jenisch, istituite al di fuori della Pro Juventute, in parte proseguirono fino agli anni Ottanta e verosimilmente anche oltre.
Gli Jenisch riuniti nella «Radgenossenschaft»ottennero nel 1986, sotto la guida di Mariella Mehr e Robert Huber, che gli atti di Pro Juventute venissero trasferiti all’Archivio federale. Ci vollero altri due anni prima che le prime persone jenisch e sinti/manouches potessero consultare gli atti relativi alla propria famiglia e alla propria persona.
L'«Opera serafica di carità» consegnò all’Archivio federale nel 2010 alcuni atti che, secondo le proprie dichiarazioni, riguardavano i «nomadi». Altri documenti furono successivamente distrutti dalla congregazione di suore cattoliche.
La lotta per il riconoscimento e la rielaborazione storica
Nonostante tutti i tentativi di distruggere definitivamente la comunità, il gruppo etnico degli Jenisch esiste ancora oggi, anche in Svizzera. Si stima che siano presenti nel Paese circa 30'000 persone jenisch: da duemila a tremila di loro praticano ancora oggi il tradizionale stile di vita itinerante – una forma di vita seminomade. Molte persone parlano tuttora la lingua jenisch, vivono la cultura tramandata, la rinnovano e trasmettono alle figlie e ai figli il patrimonio specifico di conoscenze e memorie delle loro comunità.
La Confederazione ha iniziato soltanto negli anni Ottanta a sviluppare approcci per la rielaborazione storica e per la tutela della cultura nomade. Ogni passo – dall’accesso al proprio fascicolo fino all’erogazione di contributi di solidarietà alle vittime di misure coercitive da parte delle autorità, fino al riconoscimento degli Jenisch e dei Sinti come minoranze nazionali – ha dovuto essere conquistato dalle comunità e dalle loro organizzazioni. Così, ad esempio, la «Radgenossenschaft der Landstrasse», «schäft qwant», «Naschet Jenische» e l'«Union des Associations et des Représentants des Nomades Suisses» si sono impegnate per i loro diritti.
Nel 1986 l’allora presidente della Confederazione Alphons Egli, interrogato in merito all’opera assistenziale «Bambini della strada» davanti al Consiglio nazionale, espresse il suo «rammarico per il fatto che la Confederazione avesse fornito un aiuto in tal senso» e si scusò per il fatto che ciò «fosse potuto accadere».
Da allora Jenisch e Sinti/Manouches si battono per una cultura della memoria ripettosa e per una rappresentazione adeguata della loro storia. Storiche e storici hanno redatto rapporti e pubblicato studi, evidenziando tuttavia la necessità di ulteriori ricerche.
Lo stato attuale della rielaborazione storica
Nel novembre 2021 l’ Union des Associations et des Représentants des Nomades Suisses ha rilanciato il dibattito con una lettera aperta alla Confederazione. In essa criticavano la rappresentazione della storia sui siti web della Confederazione, considerata insufficiente e obsoleta, e chiedevano il riconoscimento di quanto accaduto come genocidio. Entrambe le richieste erano già state avanzate più volte dagli Jenisch, ma non erano state prese in considerazione.
Alla fine del 2022, il consigliere federale Alain Berset ha infine commissionato un rapporto con possibili opzioni d’intervento. Dopo colloqui con esponenti jenisch nel marzo 2023, l'incaricata Mô Bleeker, esperta per l'analisi del passato, ha presentato il suo rapporto. Nel giugno 2023 il consigliere federale Berset – nell’ultimo anno del suo mandato come capo del Dipartimento federale dell’interno (DFI) – ha deciso di far redigere una perizia in materia di diritto internazionale, incarico che è stato conferito nell’autunno 2023. Nel gennaio 2024 la «Radgenossenschaft» ha chiesto in una lettera alla nuova capodipartimento, la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider, che venga riconosciuto a livello politico un «genocidio culturale».
Tra settembre 2024 e febbraio 2025 la Confederazione ha esaminato la perizia di diritto internazionale redatta da Oliver Diggelmann, professore di diritto internazionale pubblico e diritto pubblico all’Università di Zurigo. Essa identifica come «crimini contro l’umanità» gli atti per i quali la Confederazione, i Cantoni e i Comuni hanno una corresponsabilità e constata la presenza di «misure genocidarie», sottolineando l’esigenza di ulteriori ricerche.
Il 20 febbraio 2025 il Consiglio federale ha preso atto della perizia e ne ha riconosciuto le conclusioni.
Nell'autunno 2025, al momento della redazione di questo testo, rappresentanti delle comunità jenisch e manouche discutono con l’Ufficio federale della cultura, incaricato dalla consigliera federale Baume-Schneider, sul lavoro di analisi del passato da intraprendere. Il Consiglio federale ha incaricato il DFI di presentare una proposta entro la fine di giugno 2026.